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Il colore dei sogni di Suaad Genem

Suaad Genem e l’autrice de “Il racconto di Suaad, prigioniera palestinese”, pubblicato da Edizioni Q nel 2024 (https://www.edizioniq.eu/shop/index.php?id_product=80&controller=product). Suaad Genem è nata nel 1958 ad Haifa, dopo aver studiato Giurisprudenza, ha conseguito il Dottorato in Diritto Internazionale all’Università di Exeter, nel Regno Unito. Suaad è stata incarcerata tre volte nelle prigioni israeliane, rispettivamente nel 1979, nel 1983 e nel 1991.

Il libro racconta le memorie del carcere, la solidarietà e le lotte delle prigioniere per difendere i loro diritti, la loro dignità. Le tecniche coercitive e le torture usate dai suoi aguzzini per estorcere confessioni di fatti anche inventati utili ad altri arresti, i traumi che la prigionia lascia, i ricordi che riaffiorano nei momenti difficili. Ma, anche, le tecniche mentali di distacco dai sensi quasi ascetiche – probabilmente grazie agli insegnamenti del nonno Sufi – che ha utilizzato per riuscire a sopravvivere a quelle torture, estraniandosi, separandosi da quella realtà per non farsi annullare dall’orrore, autoconvincendosi di essere in un altro luogo e situazione.

Come ad esempio, riuscire ad ignorare gli schiaffi che gli arrivano da quattro direzioni diverse, immaginando se stessa sul seggiolino volante di una giostra tipo “calcinculo” (chairoplane). In un suo recente passaggio in Palestina ha raccolto il racconto di un uomo che è fortunatamente ancora vivo, sopravvissuto ma ferito mentre era in fila per il cibo. Come ci ha abituato, Suaad ha tradotto quel racconto con la sua capacità poetica di descrivere le emozioni come fossero pixel di un puzzle fotografico nel quale ci ritroviamo immersi riga dopo riga. È questo “il colore dei sogni”, il primo di una serie di brevi storie che Suaad Genem pubblicherà sul nostro sito come suo personale dono in solidarietà verso il nostro progetto del monumento dedicato al GENOCIDIO del popolo PALESTINESE in atto in PALESTINA e, soprattutto, per non smettere mai di parlare di PALESTINA!

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Come ci siamo detti la prima volta che abbiamo parlato poco tempo fa’, un monumento è per sempre e non smetterà mai di parlare di PALESTINA. Lei quella volta disse “questo monumento è come i nostri alberi, i nostri ulivi che continuano a parlarci di Palestina ed è per questo che li sradicano e poi li bruciano, per negare la nostra esistenza, per cancellare le tracce del nostro passaggio su questa terra, tentando di affermare che il popolo PALESTINESE non sia mai esistito”.

Ed è per questo motivo che il prossimo 25 Aprile inaugureremo il monumento alle vittime del GENOCIDIO in PALESTINA a piazza delle Camelie nel quartiere romano di Centocelle, Medaglia d’oro alla RESISTENZA, per fare l’operazione opposta a quella che compiono i coloni sionisti quando sradicano e bruciano i secolari ulivi in PALESTINA. E infine, buona lettura in attesa del prossimo racconto.


IL COLORE DEI SOGNI
La cultura non è un libro.
Non è una bandiera.
Non è una parola astratta.
La cultura è ciò che portiamo con noi quando siamo costretti a lasciare il luogo dove siamo nati e cresciuti.
È ciò che resta quando tutto il resto viene distrutto.
Resta come una scintilla.
Una scintilla d’amore.
Una memoria piccola, ostinata, che continua a bruciare anche sotto le macerie.
Per me la cultura è un momento preciso: mia madre che ci chiamava tutti attorno a sé, nelle sere d’inverno, per mangiare insieme un piatto di minestra di lenticchie.
Fuori faceva freddo.
Dentro c’era caldo.
Avevamo poco, ma quel poco bastava.
Un ulivo davanti alla casa.
Una cipolla verde spezzata con le mani.
Pane caldo, appena sfornato.
Zuppa di lenticchie che fumava.
Tè alla menta, con tanto zucchero, perché lo zucchero era una festa.
Quel piatto non era solo cibo.
Era una lingua.
Era una casa.
Era una promessa silenziosa che diceva: finché mangiamo insieme, esistiamo.
Col tempo, però, quel piatto è diventato qualcos’altro.
È diventato scrittura.
È diventato poesia.
È diventato un odore di dolore che ha trovato il suo posto dentro di me.
Ogni giorno sussurra: sono qui.
Sono qui nel tuo corpo.
Nelle tue vene.
Nel tuo sangue.
Tutto è diventato lenticchie.
Il mio sangue è un liquido denso, scuro, come una zuppa che bolle lentamente.
La mia testa è piena.
I miei occhi non vedono più il mondo: vedono solo lenticchie.
La sabbia sotto i piedi non è più sabbia.
È rossa, è gialla, è marrone.
È lenticchie.
Il cielo, quando abbasso lo sguardo, sembra una grande pentola rovesciata di lenticchie.
Il mondo intero è una zuppa di lenticchie.
Per questo non dire che sai com’era la nostra vita sotto l’occupazione, sotto l’invasione.
Non dirlo.
Tu non sai cosa significa sedersi ogni giorno, per due anni, davanti allo stesso piatto.
Tu non sai cosa significa non scegliere.
Per due anni abbiamo mangiato solo lenticchie.
Non per povertà improvvisa.
Non per scelta.
Ma perché non c’era altro.
Abbiamo inventato mille modi per cucinarle.
Pane di lenticchie.
Polpette di lenticchie.
Zuppa di lenticchie.
Purea di lenticchie.
Tutto aveva il colore delle lenticchie.
Persino mia madre, un giorno, ha fatto un dolce di lenticchie.
Non so come ci sia riuscita.
So solo che disse: questo è il dolce del nostro Eid, la nostra festa dopo il sacro mese di Ramadan.
Per quel dolce di lenticchie sono ancora vivo.
Non ricordo il sapore.
La mia memoria ha deciso che fosse dolce.
Forse per pietà.
Forse per sopravvivenza.
Avevamo una sola scelta: aspettare.
Aspettare quel piatto una volta al giorno.
Un giorno zuppa.
Un giorno pane.
Un giorno dolce.
Il tempo si misurava così.
Non in ore.
Non in giorni.
Ma in lenticchie.
Poi è arrivato il bombardamento.
O forse c’era sempre stato.
Solo che quel giorno ha bussato alla porta senza più fingere.
Ci hanno detto che dovevamo andare via.
Evacuare.
Subito.
Hanno detto: bombardamento.
Hanno detto: è l’ultima volta.
Lo dicono sempre.
Voglio credere che sarà l’ultima volta.
E ogni volta è davvero l’ultima.
Siamo sfortunati.
Siamo condannati a morte senza processo.
In guerra non serve una colpa.
Serve solo un corpo nel posto sbagliato.
A Gaza tutti i posti sono sbagliati.
Tutti sono condannati.
Abbiamo guardato la nostra casa come si guarda una persona che non tornerà.
Abbiamo cercato di ricordare tutto in fretta:
le pareti,
le crepe,
l’odore.
Abbiamo inciso i nostri nomi nei nostri corpi,
per un solo motivo:
non dimenticare chi eravamo.
Per non sparire del tutto.
E siamo partiti.
Marciando nel buio.
Marciando alla luce del giorno.
Marciando senza fermarci.
Il sole bruciava la pelle.
Non scaldava: bruciava, scorticava.
Le zanzare erano felici.
Ce n’erano tante.
Si nutrivano del nostro sangue giallo.
Un sangue strano.
Un sangue che non sembrava più sangue.
Quando schiacciavo una zanzara sulla mano, vedevo il colore:
non rosso.
Giallo e marrone.
Come una zuppa di lenticchie.
Anche il mio corpo era diventato cibo.
Mia madre ha detto: Siamo qui. Siamo arrivate.
Abbiamo raggiunto la nostra destinazione.
La destinazione aveva un nome:
Al-Mawasi.
Il deserto, vicino a Khan Younis.
Deserto.
Tende.
Nient’altro.
Ma io ho pensato:
se siamo arrivati, perché mi sento ancora in cammino?
Mamma, dove andiamo adesso?
Siamo qui, ma non siamo da nessuna parte.
Tante tende tutte uguali.
Tante famiglie tutte stanche.
Tanti silenzi che gridano.
Mamma, ho fame.
Non c’era nulla da mangiare.
Nulla.
Allora ho immaginato un piatto di lenticchie davanti ai miei occhi.
Ho chiuso gli occhi e l’ho visto.
Caldo.
Fermo.
Reale.
Ho parlato con i miei sogni.
Li ho chiamati uno a uno, come si chiamano i morti.
Ho visto il paese degli angeli azzurri.
Un luogo che non esiste, ma che la mente costruisce quando il corpo non ce la fa più.
Ho visto un futuro pieno di sogni.
Pieno di speranza.
Poi ho aperto gli occhi.
Era un’illusione.
Lo so:
non ci sono sogni.
Non c’è speranza.
Eppure continuiamo.
In guerra non vivi.
Sumud: resisti.
Resisti al caldo,
alla fame,
alla paura,
alla memoria.
Resisti anche quando tutto ti dice di smettere.
Perché smettere significa sparire.
La guerra non uccide solo con le bombe.
Uccide lentamente, togliendo le parole, i colori, i gusti.
Alla fine resta una sola domanda, semplice e terribile:
di che colore sono i sogni?
Forse sono del colore delle lenticchie.
Forse sono marroni, densi, pesanti.
Forse non brillano, ma nutrono.
Forse il sogno non è volare.
Forse il sogno è restare vivi abbastanza da ricordare.
Io ricordo.
Ricordo mia madre.
Ricordo il piatto caldo.
Ricordo la voce che diceva: mangia.
Finché ricordo,
non hanno vinto.

Dr. Suaad Genem
18-01-2026

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