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Un monumento non dovrebbe mai essere neutro

Il Global Movement To Gaza è una rete internazionale decentralizzata di persone di 44 diverse nazionalità impegnate a rompere l’assedio illegale di Israele su Gaza e a battersi per la liberazione della Palestina dal colonialismo sionista. Nella scorsa estate, insieme ad altre tre coalizioni, hanno prodotto la missione della Global Sumud Flottilla. Fin’ora è stata la piu grande flotta marina che abbia mai tentato di rompere l’assedio di Gaza. Ma soprattutto, quella operazione è riuscita ad attirare, come non mai prima di allora, l’attenzione mondiale sul GENOCIDIO in atto del popolo PALESTINESE.

La GMTG è stata la prima organizzazione a sottoscrivere con entusiasmo il nostro appello. Ecco ora la loro posizione sul significato del monumento che inaugureremo il prossimo 25 Aprile a Piazza delle Camelie nel quartiere romano di Centocelle, Medaglia d’oro alla RESISTENZA.

Buona lettura.


Un monumento non dovrebbe mai essere neutro, perché se non esprimesse una ben chiara presa di posizione rischierebbe di mettersi al servizio del potere dell’oblio. E certamente neutro non è il monumento dedicato alle vittime del genocidio palestinese in Piazza delle Camelie, un monumento nato proprio mentre Gaza veniva distrutta, mentre i corpi venivano contati, mentre il silenzio istituzionale europeo si faceva sempre più complice.

Ed è proprio questa sua genesi che rende questo monumento necessario: ricorda il genocidio mentre il genocidio è ancora in corso, cambiando la grammatica ufficiale della memoria. Non aspetta l’autorizzazione della storia, non chiede il permesso della diplomazia, non si rifugia nella distanza temporale. Dice: sta succedendo ora, e riguarda anche noi, assumendo uno straordinario valore politico.
Il sentire popolare che lo ha generato è lo stesso che riempie le piazze, che attraversa i cortei, che spinge migliaia di persone a rompere l’inerzia, a organizzarsi, a esporsi.

È il rifiuto netto della narrazione che vorrebbe trasformare Gaza in un problema umanitario invece che in un crimine politico. È la scelta di stare dalla parte delle vittime senza “ma”, senza bilanciamenti, senza equidistanze. Un monumento così non serve a consolare. Serve a ricordare che qualcuno, qui, ha scelto da che parte stare. La memoria collettiva non nasce spontaneamente: viene costruita, contesa, difesa.

Ogni spazio pubblico è un campo di battaglia simbolico. Inserire in quello spazio un monumento che parla di genocidio palestinese significa incidere una verità scomoda nel paesaggio quotidiano, rendere impossibile la rimozione totale, sabotare la normalizzazione della violenza. Tra venti, trenta, cinquant’anni, questo monumento dirà una cosa precisa a chi verrà dopo: dirà che mentre Gaza veniva rasa al suolo, mentre i governi parlavano di sicurezza e diritto alla difesa, mentre i media sterilizzavano il massacro, c’era chi non ha accettato il silenzio. Dirà che esisteva un movimento globale che non chiedeva pietà, ma giustizia. Dirà che la solidarietà non era solo uno slogan, ma un atto concreto, visibile, inciso nello spazio urbano.

Dal punto di vista del Global Movement to Gaza, questo monumento non è un punto di arrivo, ma un nodo di continuità, un luogo che tiene insieme presente e futuro, lotta e memoria, corpo e territorio. Un segnale lasciato deliberatamente perché non tutto potesse essere riscritto, relativizzato, assorbito. Ricordare, oggi, è un chiaro atto di disobbedienza. Costruire memoria mentre il crimine è in corso è una forma di resistenza. E ogni monumento che nasce da questo impulso è una crepa nel muro dell’indifferenza. Non chiediamo che venga condiviso da tutti, ci basta che resti e che continui, giorno dopo giorno, a dire ciò che molti vorrebbero non fosse mai stato detto.

Per noi un monumento non è una chiusura simbolica, ma un’infrastruttura politica, un luogo che può diventare punto di ritrovo, riferimento, innesco. Un segno che connette le azioni di oggi con le memorie di domani, impedendo che la storia venga riscritta solo dai vincitori. Il rischio più grande, nei tempi che viviamo, non è la repressione esplicita, ma l’assorbimento: la capacità del sistema di trasformare anche l’orrore in rumore di fondo.

Monumenti come questo, e movimenti come il Global Movement to Gaza, lavorano contro questa deriva. Tengono aperta la ferita, impediscono la pacificazione simbolica, rifiutano la riconciliazione senza giustizia.

Per questo il legame tra monumento e azione è essenziale. Senza le piazze, il monumento rischierebbe di diventare un segno isolato, senza la memoria fissata nello spazio le azioni rischierebbero di essere consumate dall’urgenza del presente. Insieme, costruiscono una continuità: tra chi oggi si espone e chi domani chiederà conto di ciò che è accaduto.

Gaza non ha bisogno di commemorazioni future sganciate dal presente, ha bisogno di memoria che agisca fin da ora. Ed è proprio in questa tensione — tra ciò che si fissa e ciò che si muove — che si genera la possibilità di non essere cancellati.

di Global Movement To Gaza

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