Alcuni giorni fa seduti al tavolino di un bar, stavamo parlando con un caro amico storico della gastronomia della nostra avventura alchemica del trasformare nel metallo necessario alla realizzazione del monumento, il vino biologico prodotto dalla Cooperativa Valli Unite e imbottigliato con la nostra etichetta BERSAGLIO VIVO ROSSO.
https://potenzialibersagli2026.noblogs.org/finanziamo-dal-basso-potenziali-bersagli-2026
Come sapete abbiamo già inaugurate le parti in bronzo lo scorso 25 Aprile ma sul nostro crowdfunding https://www.produzionidalbasso.com/project/monumento-alle-vittime-del-genocidio-in-atto-in-palestina-1
non abbiamo ancora tutto il denaro necessario per sostituire il legno della versione provvisoria del monumento con l’acciaio corten e acciaio inox specchiato della versione definitiva che installeremo prima possibile a Centocelle, quartiere romano Medaglia d’oro alla RESISTENZA.
Guido Farinelli, uno storico della gastronomia che ci ha abituato con i suoi vari testi a narrazioni in grado di unire la ricerca d’archivio al racconto delle abitudini popolari, con un’attenzione speciale alle tradizioni operaie e al territorio romano, ci ha raccontato diversi e interessanti precedenti di opere finanziate con il vino. Tra questi ci sono ad esempio la costruzione di Fontana di Trevi con i suoi esosi costi finanziati grazie alle tasse imposte sul vino da Papa Urbano VIII nel 1640 circa, ma anche un commovente gesto di solidarietà popolare del quartiere romano di San Lorenzo durante la guerra.

Così, al tavolino di un bar è nata l’idea del suo intervento scritto e del breve video da lui realizzato in solidarietà e sostegno al finanziamento dal basso del monumento POTENZIALI BERSAGLI 2026 contro il GENOCIDIO in atto in PALESTINA con il vino di Valli Unite. Buona lettura e buona visione.
ER VINO solidale
“Me sento male… portateme in osteria!”
Così si diceva a Roma, perché sin dai tempi antichi il prezioso nettare di Bacco non era soltanto una bevanda: era conforto, medicina, compagnia. E se il vino occupava un posto centrale nella vita popolare, altrettanto centrale era il luogo in cui lo si consumava: l’osteria.
Lì il popolo si incontrava, beveva, giocava, litigava, stringeva amicizie e condivideva preoccupazioni e speranze. L’osteria era una sorta di teatro quotidiano, il palcoscenico su cui andava in scena la vita delle classi popolari. Ed è proprio da queste tracce apparentemente minute che si comprende un principio fondamentale della storia della gastronomia: il vino, come il cibo, non è mai soltanto nutrimento. È socialità, rito, economia, identità. Può diventare persino sangue di Cristo.
Per capire davvero questa storia bisogna partire da una domanda semplice: che vino si beveva a Roma?
Naturalmente c’era il vino dei Castelli, trasportato da una delle figure più mitiche della cultura popolare romana: er carettiere a vino. Il suo era un mestiere duro e rischioso. Partiva nel cuore della notte dai Castelli Romani per arrivare all’alba in città, guidando il tipico carretto a due ruote, con stecche lunghe e copertura a conchiglia sulla testa, sul quale i barili erano disposti ordinatamente a piramide e dipinti con colori vivaci. Accanto al carretto non mancava mai il cane lupetto, custode silenzioso del carico quando il vetturino dormiva o sbrigava altre faccende.
Nelle infinite osterie della città si consumavano quantità enormi di vino. Una parte arrivava dai Castelli; il resto giungeva attraverso i porti del Tevere, sotto forma di quello che veniva chiamato vino ripale, oppure veniva prodotto direttamente dentro Roma.
Per secoli il Tevere — almeno fino alla costruzione dei muraglioni alla fine dell’Ottocento — fu la vera autostrada economica della città. Da lì transitava tutto ciò che serviva alla vita quotidiana dei romani: grano, legname, carbone, vino.
Nella parte meridionale della città sorgeva il più importante porto fluviale di Roma, Ripa Grande, di cui oggi resta soltanto la vecchia rampa. Qui approdavano le imbarcazioni più piccole; quelle grandi scaricavano invece a Fiumicino, dove le merci venivano trasferite su barconi trainati controcorrente dai bufali lungo la riva del Tevere oppure dai pilorciatori: detenuti e uomini poverissimi che trascinavano le barche con enormi funi.
Da lì arrivavano vini dalla Campania, dalla Spagna, dalla Francia. Più a nord, invece, il porto di Ripetta riceveva il vino proveniente dall’entroterra dello Stato Pontificio, dall’Umbria e dalle Marche, che giungeva a Roma seguendo la corrente del fiume. Ogni porto, potremmo dire oggi, aveva la sua “doc”.
E poi c’era er vino de Roma: quello prodotto dentro o appena fuori le mura cittadine. Ancora oggi la toponomastica ne conserva memoria. Nomi come Vigne Nuove, Vigna Murata o Vigna Stelluti raccontano una città che, prima dell’espansione urbanistica, era disseminata di vigne.
Un consumo tanto vasto non poteva sfuggire al fisco pontificio. A Roma, infatti, le due attività più tassate erano il vino e la prostituzione. Non a caso il popolo, con il suo consueto cinismo, diceva: “A Roma Iddio non è trino ma quatrino”.
Con le imposte sul vino introdotte da Urbano VIII venne finanziata persino la costruzione della Fontana di Trevi, così come l’acquedotto voluto da Paolo V per portare l’acqua al Gianicolo. Anche Sisto V — er papa tosto — ricorse allo stesso espediente per raccogliere denaro utile a trasformare la città.
Gli osti, però, non restavano certo a guardare. Per aggirare le gabelle escogitavano piccoli trucchi, favoriti dal fatto che le brocche fossero di coccio e dunque non trasparenti. Il più diffuso era la sfojettatura: la brocca veniva riempita meno del dovuto. L’altro grande classico era annacquare il vino, pratica che i romani detestavano visceralmente: “Maledetto sia da Cristo chi beve er vino all’acqua misto!”.
Poiché le tasse si calcolavano sul vino venduto, truffare il cliente significava truffare anche il papa. E così Sisto V decise di intervenire.
Con un bando papale affidò al vetraio veneziano Meier Magino il compito di creare una brocca “antitruffa”. Doveva essere trasparente, così che il cliente potesse controllare il contenuto; il collo stretto per impedire la sfojettatura; inoltre doveva recare il sigillo piombato della Camera Apostolica e una tacca che indicava l’esatta misura del vino contenuto.
Quella tacca il popolo romano la chiamava er capello. E quando l’oste serviva la brocca perfettamente colma fino al segno, qualcuno immancabilmente scherzava: “Ma che stai a guarda’, er capello?”. Da qui deriverebbe il celebre modo di dire.
Col tempo si diffusero anche multipli e sottomultipli della fojetta. C’era er tubo — o tubbo — pari a un litro, e il celebre Barzilai, equivalente a due litri. Il nome derivava dall’onorevole Salvatore Barzilai, noto per fare campagna elettorale nelle osterie popolari. Si racconta che, quando l’oste gli chiedeva: “Onorevole, un litro?”, lui rispondesse sempre: “Due litri!”. E il popolo romano, che sulle battute non è mai stato secondo a nessuno, finì per dare il suo nome alla caraffa da due litri.
Tra i sottomultipli c’erano invece il chierichetto — un quinto di litro, chiamato così perché corrispondeva alla misura della brocca dell’altare — e il sospiro, appena un decimo di litro: quello che ordinava chi non poteva permettersi di più e quasi si vergognava a chiederlo.
Ma tra tutti i significati attribuiti al vino nella storia di Roma ce n’è uno particolarmente importante: quello solidaristico.
Ed è qui che il nostro racconto incontra una delle pagine più tragiche della città. Il 19 luglio 1943 l’aviazione americana bombardò San Lorenzo, sganciando oltre mille tonnellate di esplosivo e causando circa tremila vittime. Erano le undici del mattino.
Tra gli edifici colpiti c’era anche l’osteria di Pommidoro. Sotto le macerie morirono Dina Bravi, moglie del proprietario, incinta di sette mesi, e le due figlie di due e quattro anni.
Di fronte a quella tragedia il quartiere ferito reagì come sapeva fare: stringendosi attorno all’oste e al figlio, unici superstiti. Gli abitanti decisero di aiutarli, e a guerra finita il locale venne ricostruito grazie a unagrande mescita di vino organizzata per raccogliere i fondi necessari.
Per questo la bella iniziativa della Cooperativa Valle Unite, che mette a disposizione il proprio vino per sostenere il progetto Potenziali Bersagli 2026 e contribuire alla realizzazione di un monumento per le vittime del genocidio in Palestina, si inserisce perfettamente nello spirito più autentico della città. È un gesto umano, dignitoso e solidale. E, soprattutto, profondamente romano: della Roma popolare, generosa e ribelle.